Lo stress è qualcosa con cui tutti, oggi, dobbiamo imparare a convivere. O perlomeno così ci ripetono costantemente.  Ma troppo stress può diventare un grave problema per il nostro organismo, può interferire nel nostro rapporto con il cibo e rappresentare un importante fattore di rischio per un gran numero di malattie.

Tutti sono stressati, pochi sanno definire cosa esattamente sia lo stress. Il nostro progenitore, a caccia nella savana, avrebbe definito stressante l’attacco di un grande predatore che avrebbe potuto trasformarlo da cacciatore in preda, o l’agguerrito membro della tribù confinante deciso a rubargli quell’antilope catturata tra mille difficoltà. Oggi raramente la minaccia è fisica, si parla invece di stress quando ci sentiamo sovrastati dalle incombenze della vita, oppressi da difficoltà che temiamo di non poter affrontare, senza respiro, senza possibilità di recupero, senza speranza, con il cuore che batte a mille, incapaci di riposare o anche soltanto pensare chiaramente.

Spesso il nostro stress dipende da problemi di natura psicologica o sociale, catastrofi che talvolta esistono puramente a livello mentale ma il cui effetto sul nostro organismo è assolutamente reale e può determinare conseguenze estremamente spiacevoli. In effetti si tratta di una serie  di risposte fisiologiche che dovrebbero metterci nella condizione di affrontare efficacemente la sfida che ci si para innanzi, un prezioso meccanismo adattativo, essenziale per la sopravvivenza in un ambiente ostile e sempre mutevole. Purtroppo e per fortuna non viviamo più nella savana e gli stress con cui abbiamo a che fare non sono in genere acuti, minacce immediate per la nostra incolumità fisica, ma sono spesso cronici, protratti negli anni e dovuti alle nostre complicate strutture sociali: e il nostro corpo tollera molto male questi stress cronici, che da risposta adattativa possono divenire alcuni dei principali fattori che ci espongono al rischio di malattie.

Stress, fattore di rischio malattie cardiovascolari e problemi per la salute

Preferireste affrontare un simpatico Smilodon o il vostro capufficio infuriato per il vostro epocale ritardo nella consegna di quel resoconto che doveva essere pronto due mesi fa? Ci siamo evoluti per fattori di stress decisamente diversi da quelli cui siano sottoposti, e questo comporta difficoltà notevoli per il nostro organismo.

Cosa è lo stress

Il fisiologo Claude Bernard, a metà dell’800, notò con acutezza che la sopravvivenza di un organismo vivente è legata alla capacità di questo di mantenere costante il proprio mezzo interno rispetto al sempre mutevole ambiente esterno. Negli anni 20 del 900 un altro fisiologo, Walter Cannon, riprese il concetto e lo battezzò omeostasi, definendola come “la proprietà di quei sistemi presenti in un organismo vivente in cui una variabile sia regolata attivamente in modo da rimanere costante al mutare delle condizioni esterne“.

Qualche anno dopo l’endocrinologo Hans Selye, lavorando su umili topi da laboratorio, notò che, qualunque fosse la natura delle ardue prove cui sottoponeva le bestiole, la risposta era sempre la medesima, quella che lo scienziato chiamò Sindrome Generale di Adattamento (GAS) e che noi oggi chiamiamo stress. Selye definì quindi la GAS come “una risposta non specifica dell’organismo a qualunque richiesta ambientale cui venga sottoposto” mentre più recentemente il neurobiologo Bruce McEwen ha proposto di riservare il termine stress a “quelle condizioni in cui le richieste imposte dall’ambiente eccedono le naturali capacità di regolazione dell’organismo“.

Nel 1975 Selye ha proposto una interessante distinzione dividedo lo stress in eustress e distress. L’eustress è quel tipo di risposta ad uno stressor che permette un complessivo miglioramento delle funzioni: l’allenamento sportivo è una forma di eustress, dove stimoli sempre crescenti inducono un adattamento che rende il soggetto in grado di migliorare le proprie prestazioni atletiche. Il distress è invece quello che si ha quando l’organismo non riesce ad adattarsi o a rispondere ad uno stressor ripetuto nel tempo, con un progressivo peggioramento delle condizioni generali.

In anni recenti Eyer e McEwen hanno proposto anche una interessante revisione del concetto di omeostasi, introducendo il concetto di allostasi, ovvero il processo costante e in continuo divenire per raggiungere l’omeostasi, attraverso modificazioni fisiologiche e del comportamento. Si tratta di un concetto basato sull’osservazione che non esiste un singolo valore ideale per specifici parametri fisiologici ma che tale valore dipende dal contesto, che tale valore può essere raggiunto e regolato in molti modi diversi dall’organismo e che l’organismo può reagire anche in previsione di un mutamento delle condizioni di equilibrio.

In questo quadro di riferimento un fattore di stress (stressor) non è quindi null’altro che una qualsiasi agente che spinga l’organismo fuori dalla condizione di omeostasi/allostasi — una tigre dai denti a sciabola, il vostro capoufficio o la rata del mutuo in scadenza — mentre lo stress è la risposta del corpo, una risposta che mira a ristabilire l’allostasi perduta.

Il dato caratteristico dei vertebrati è che la risposta a differenti fattori di stress è sempre molto simile, una risposta il cui fine è di permettere ai nostri muscoli di lavorare al massimo delle possibilità e il cui primo stadio fu definito da Cannon reazione di attacco-fuga. Il pericolo incombe, l’allostasi è minacciata, tutti i sistemi dell’organismo si attivano per rendere possibili due semplici risposte: una reazione d’attacco e lotta o una reazione di fuga, quanto più veloce possibile. In entrambe i casi i muscoli hanno bisogno immediato di energia, è necessario un trasporto rapidissimo di nutrienti ai muscoli e allo stesso tempo vanno messe in pausa tutte quelle attività che hanno un costo energetico importante ma che nell’incombere immediato del pericolo non sono di alcuna utilità: digestione, riproduzione, crescita, recupero e perfino processi immunitari.

In natura lo stress è in genere legato a minacce la cui risoluzione è rapida. Se mentre caccio nella foresta un predatore mi attacca ho due possibilità: o attaccare il predatore, sperando di eliminarlo, o fuggire a gambe levate, con la speranza di essere più veloce della bestia che vorrebbe trasformarmi nel suo banchetto. Ci sono soltanto due soluzioni possibili: elimino fisicamente o sfuggo al predatore, oppure il predatore elimina me. I miei guai hanno una soluzione veloce, sia che sopravviva, sia che soccomba.

Il problema per noi esseri umani moderni è che i fattori di stress che affrontiamo non permettono risposte così semplici — provate ad assalire il  fiunzionario di banca mentre discutete del pagamento del vostro mutuo ventennale — e che in molti casi l’attivazione della risposta è continua nel tempo e tale di divenir ben più dannosa del fattore di stress stesso, in particolar modo quando i fattori sono di natura psicologica. Il che è quasi ovvio, visto che lo stress è una risposta a una minaccia immediata, da risolvere in maniera fisica, con meccanismi che sul lungo periodo possono divenire notevolmente problematici per l’organismo. Mobilizzazione delle riserve, aumento del battito cardiaco e della pressione sanguigna, depressione del sistema immunitario, alla lunga producono danni, danni che l’organismo, tutto impegnato a rispondere a minacce fantasma, non riesce mai a riparare.

Lo stress è quindi un meccanismo fondamentale del nostro organismo per far fronte alle sfide dell’ambiente in cui viviamo: il problema nasce quando il meccanismo è costantemente attivo, senza più produrre una risposta adattativa, anzi creando danni ben maggiori  di quelli derivanti dalle potenziali minacce da affrontare. [1, 2, 3]

Stress, definizione e meccanismi, rischio per la salute

Il buon dottor Selye, non troppo bravo nel fare punture ai suoi topi di laboratorio, li stressò a tal punto da fare un’importante scoperta scientifica. A lui dobbiamo una prima definizione dello stress, la Sindrome Generale di Adattamento.